LA RICONVERSIONE CULTURALE DEGLI OSPEDALI DI FORLI, REGGIO EMILIA E BOLOGNA

Anna-Marina FOSCHI et Gabriella LIPPI, Institut des biens artistiques, culturels et naturels de la région Emilie-Romagne, Italie

La riconversione culturale degli ospedali risponde a due principali criteri: la motivazione morale nella continuità di servizi rivolti al pubblico e la idoneità delle tipologie architettoniche ad ospitare tali funzioni. Forme innovative di gestione possono poi essere attivate in relazione con l'originale vocazione socio sanitaria.

E' quanto viene sinteticamente presentato con i tre esempi di riconversione di siti ospedalieri in Emilia-Romagna: Forlì, Reggio Emilia, e Bologna.
Il sito ospedaliero di Forlì, nel cuore della città, illustra bene fasi diverse di trasformazione d'uso, progressivamente estese dopo averne constatato la congruità. L'attuale accelerazione di investimenti ha dato poi vita ad una serie di interventi complessi fra i più significativi nella regione.

Quando la settecentesca Casa di Dio impostata dall'architetto Giuseppe Merenda sulla classica forma a crociera, si dimostrò insufficiente all'uso ospedaliero nonostante gli ampliamenti ottocenteschi, la Congregazione di Carità decise di costruire nell'area verde fra questo edificio e le mura della città un nuovo nosocomio a padiglioni.

La tipologia a crociera, non solo per la monumentalità dei bracci convergenti al centro ove sorgeva l'altare, ma per i criteri di aerazione e climatizzazione adottati fin dal Rinascimento, si è dimostrata particolarmente idonea alla conservazione e all'esposizione di documenti storici, libri e quadri.
Così è stato anche per l'Archivio di Stato di Parma ospitato dal 1925 nell'Ospedale Vecchio del 1476.

La Casa di Dio, ha quindi ospitato con funzionalità e grande decoro gli istituti culturali della città di Forlì, comprendenti biblioteca e musei a partire dal 1922. La crescita del patrimonio ha poi reso insufficienti gli spazi e al tempo stesso la nascita nel 1989 del polo universitario romagnolo ha portato all'occupazione frammentaria di contenitori disponibili sparsi nella città.

La scelta del comune di 100.000 abitanti è stata quella di puntare sul campus universitario e di riorganizzare i nuclei museali in un altro quartiere urbano ricco di conventi dismessi e di consolidare la biblioteca nell'ambito di un più vasto progetto che interessa l'intero sito ospedaliero: la biblioteca storica, con moderni servizi, sarà collegata al nuovo campus che utilizzerà i padiglioni del 1913 ed il parco attiguo. Questo progetto, risultato di un concorso, sfrutta una concentrazione di risorse di natura diversa. Gran parte di esse è assegnata al trasferimento degli ospedali cittadini e al finanziamento della sede universitaria.
Meno avanzato nella trasformazione definitiva, ma frutto di un processo coerente iniziato nell'ottocento, il riuso dell'Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia non si basa tanto sull'adeguamento formale degli spazi, quanto sulla valorizzazione del proprio patrimonio culturale materiale ed immateriale. Gli edifici hanno avuto varie fasi costruttive fra loro non sempre coerenti, ma l'intera area di 80 ettari è stata vincolata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali per la concorrenza di fattori ambientali, architettonici, e di memoria del sito.

Già lebbrosario medievale lungo la via Emilia, luogo di isolamento, ebbe destinazione psichiatrica fin dal settecento. Per la sensibilità e la preparazione dei direttori succedutisi fra ottocento e novecento, da luogo di deportazione divenne sempre più custode di memoria e sperimentazione terapeutica. Di questa storia conserva un ricco centro di documentazione ed una biblioteca di notevole interesse.
In Italia la chiusura degli ospedali psichiatrici nel 1978 ha determinato avunque opportunità di riuso ed esigenza di conservare ingenti patrimoni culturali; i 16 padiglioni del San Lazzaro sono stati destinati a vari usi: in parte ancora sanitari, in parte legati alla didattica.
Anche per questo sito è prevista l'acquisizione da parte dell'Università ma continueranno a trovarvi posto sia il centro di documentazione, che attende una maggiore valorizzazione, sia attività sanitarie connesse con la didattica (scuola per infermieri).

Altro caso è il complesso di S. M. della Vita a Bologna il quale presenta particolarità dovute soprattutto al modello di gestione.
Le particolarità di questo museo sono dovute a quattro fattori:

I. Il complesso museale è composto da: un santuario barocco pieno di opere d'arte che vanno dal Trecento fino ai primi anni dell'Ottocento (santuario in cui a tutt'oggi vengono officiate quotidianamente messe e varie altre cerimonie religiose); un oratorio barocco utilizzato sia come luogo di culto, sia come sede di attività culturali, quali convegni, concerti, etc.; altri locali che raccolgono e documentano la storia della Confraternita religiosa che, dal lontano 1260, ha dato vita all'intero complesso.
II. La proprietà del tutto è dell'Azienda Sanitaria cittadina, erede della Confraternita. Essa copre il 50% delle spese per il mantenimento del complesso.
III. Per la gestione religiosa del santuario e dell'oratorio esiste una convenzione con la Curia Arcivescovile bolognese.
IV. Ultimo fattore, ma forse il più importante, è che la gestione, la guardiania, la custodia, la pulizia e l'organizzazione degli eventi culturali dell'oratorio e degli altri locali è realizzata da una cooperativa sociale di tipo B (un tipo di cooperativa in cui almeno 1/3 dei dipendenti è disabile). Per i suddetti servizi, la cooperativa ha assunto 7 utenti del Servizio Salute Mentale dell'Azienda Sanitaria bolognese, e attraverso il lavoro di promozione della struttura cerca di recuperare una parte delle spese per il mantenimento del Museo.

Ritengo che il piccolo modello museale che sono venuto a presentarVi sia utile alla riflessione di tutti, soprattutto per quanto riguarda il tema n°1, perché in questo caso il museo si pone anche come luogo di cura per persone che, attraverso un lavoro utile, non solo curano i loro problemi psicologici, ma guadagnano anche una parte del proprio reddito, contribuendo allo stesso tempo a incrementare il reddito e la notorietà del museo.

Il complesso monumentale è situato nel centro storico di Bologna, vicinissimo alla piazza principale; è inserito in un tessuto urbano composto da vari edifici seicenteschi che costituiscono il cosiddetto quadrilatero, il centro del centro storico della città.
Alcuni anni orsono ha preso corpo il progetto di iniziare il risanamento di questo quadrilatero cominciando proprio dal Santuario e dalle sue pertinenze. Venne così approntato un progetto poi finanziato dalla Legge in occasione del Grande Giubileo del 2000. Il progetto venne finanziato, oltre che dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, anche dalla proprietà e da altre aziende e fondazioni bancarie locali.

Nel dicembre 1999 l'intero complesso è stato riaperto al pubblico, dopo il restauro totale del Santuario, la creazione di un museo dedicato alla sanità e all'assistenza cittadina, la creazione dell'Istituto per la Storia della Chiesa di Bologna e l'apertura dell'Oratorio dei Battuti come luogo di culto, riunioni, congressi, musica.

Si è creato quindi un nuovo polo culturale multidisciplinare nel cuore della città, con un percorso a doppia valenza: religioso, ma anche artistico-culturale.