|
La riconversione culturale degli ospedali risponde
a due principali criteri: la motivazione morale nella continuità
di servizi rivolti al pubblico e la idoneità delle tipologie
architettoniche ad ospitare tali funzioni. Forme innovative di gestione
possono poi essere attivate in relazione con l'originale vocazione
socio sanitaria.
E' quanto viene sinteticamente presentato con i tre esempi di riconversione
di siti ospedalieri in Emilia-Romagna: Forlì, Reggio Emilia,
e Bologna.
Il sito ospedaliero di Forlì, nel cuore della città,
illustra bene fasi diverse di trasformazione d'uso, progressivamente
estese dopo averne constatato la congruità. L'attuale accelerazione
di investimenti ha dato poi vita ad una serie di interventi complessi
fra i più significativi nella regione.
Quando la settecentesca Casa di Dio impostata dall'architetto Giuseppe
Merenda sulla classica forma a crociera, si dimostrò insufficiente
all'uso ospedaliero nonostante gli ampliamenti ottocenteschi, la
Congregazione di Carità decise di costruire nell'area verde
fra questo edificio e le mura della città un nuovo nosocomio
a padiglioni.
La tipologia a crociera, non solo per la monumentalità dei
bracci convergenti al centro ove sorgeva l'altare, ma per i criteri
di aerazione e climatizzazione adottati fin dal Rinascimento, si
è dimostrata particolarmente idonea alla conservazione e
all'esposizione di documenti storici, libri e quadri.
Così è stato anche per l'Archivio di Stato di Parma
ospitato dal 1925 nell'Ospedale Vecchio del 1476.
La Casa di Dio, ha quindi ospitato con funzionalità e grande
decoro gli istituti culturali della città di Forlì,
comprendenti biblioteca e musei a partire dal 1922. La crescita
del patrimonio ha poi reso insufficienti gli spazi e al tempo stesso
la nascita nel 1989 del polo universitario romagnolo ha portato
all'occupazione frammentaria di contenitori disponibili sparsi nella
città.
La scelta del comune di 100.000 abitanti è stata quella di
puntare sul campus universitario e di riorganizzare i nuclei museali
in un altro quartiere urbano ricco di conventi dismessi e di consolidare
la biblioteca nell'ambito di un più vasto progetto che interessa
l'intero sito ospedaliero: la biblioteca storica, con moderni servizi,
sarà collegata al nuovo campus che utilizzerà i padiglioni
del 1913 ed il parco attiguo. Questo progetto, risultato di un concorso,
sfrutta una concentrazione di risorse di natura diversa. Gran parte
di esse è assegnata al trasferimento degli ospedali cittadini
e al finanziamento della sede universitaria.
Meno avanzato nella trasformazione definitiva, ma frutto di un processo
coerente iniziato nell'ottocento, il riuso dell'Ospedale psichiatrico
San Lazzaro di Reggio Emilia non si basa tanto sull'adeguamento
formale degli spazi, quanto sulla valorizzazione del proprio patrimonio
culturale materiale ed immateriale. Gli edifici hanno avuto varie
fasi costruttive fra loro non sempre coerenti, ma l'intera area
di 80 ettari è stata vincolata dal Ministero per i Beni e
le Attività Culturali per la concorrenza di fattori ambientali,
architettonici, e di memoria del sito.
Già lebbrosario medievale lungo la via Emilia, luogo di isolamento,
ebbe destinazione psichiatrica fin dal settecento. Per la sensibilità
e la preparazione dei direttori succedutisi fra ottocento e novecento,
da luogo di deportazione divenne sempre più custode di memoria
e sperimentazione terapeutica. Di questa storia conserva un ricco
centro di documentazione ed una biblioteca di notevole interesse.
In Italia la chiusura degli ospedali psichiatrici nel 1978 ha determinato
avunque opportunità di riuso ed esigenza di conservare ingenti
patrimoni culturali; i 16 padiglioni del San Lazzaro sono stati
destinati a vari usi: in parte ancora sanitari, in parte legati
alla didattica.
Anche per questo sito è prevista l'acquisizione da parte
dell'Università ma continueranno a trovarvi posto sia il
centro di documentazione, che attende una maggiore valorizzazione,
sia attività sanitarie connesse con la didattica (scuola
per infermieri).
Altro caso è il complesso di S. M. della
Vita a Bologna il quale presenta particolarità dovute soprattutto
al modello di gestione.
Le particolarità di questo museo sono dovute a quattro fattori:
I. Il complesso museale è composto da:
un santuario barocco pieno di opere d'arte che vanno dal Trecento
fino ai primi anni dell'Ottocento (santuario in cui a tutt'oggi
vengono officiate quotidianamente messe e varie altre cerimonie
religiose); un oratorio barocco utilizzato sia come luogo di culto,
sia come sede di attività culturali, quali convegni, concerti,
etc.; altri locali che raccolgono e documentano la storia della
Confraternita religiosa che, dal lontano 1260, ha dato vita all'intero
complesso.
II. La proprietà del tutto è dell'Azienda Sanitaria
cittadina, erede della Confraternita. Essa copre il 50% delle spese
per il mantenimento del complesso.
III. Per la gestione religiosa del santuario e dell'oratorio esiste
una convenzione con la Curia Arcivescovile bolognese.
IV. Ultimo fattore, ma forse il più importante, è
che la gestione, la guardiania, la custodia, la pulizia e l'organizzazione
degli eventi culturali dell'oratorio e degli altri locali è
realizzata da una cooperativa sociale di tipo B (un tipo di cooperativa
in cui almeno 1/3 dei dipendenti è disabile). Per i suddetti
servizi, la cooperativa ha assunto 7 utenti del Servizio Salute
Mentale dell'Azienda Sanitaria bolognese, e attraverso il lavoro
di promozione della struttura cerca di recuperare una parte delle
spese per il mantenimento del Museo.
Ritengo che il piccolo modello museale che sono
venuto a presentarVi sia utile alla riflessione di tutti, soprattutto
per quanto riguarda il tema n°1, perché in questo caso
il museo si pone anche come luogo di cura per persone che, attraverso
un lavoro utile, non solo curano i loro problemi psicologici, ma
guadagnano anche una parte del proprio reddito, contribuendo allo
stesso tempo a incrementare il reddito e la notorietà del
museo.
Il complesso monumentale è situato nel centro
storico di Bologna, vicinissimo alla piazza principale; è
inserito in un tessuto urbano composto da vari edifici seicenteschi
che costituiscono il cosiddetto quadrilatero, il centro del centro
storico della città.
Alcuni anni orsono ha preso corpo il progetto di iniziare il risanamento
di questo quadrilatero cominciando proprio dal Santuario e dalle
sue pertinenze. Venne così approntato un progetto poi finanziato
dalla Legge in occasione del Grande Giubileo del 2000. Il progetto
venne finanziato, oltre che dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri,
anche dalla proprietà e da altre aziende e fondazioni bancarie
locali.
Nel dicembre 1999 l'intero complesso è stato
riaperto al pubblico, dopo il restauro totale del Santuario, la
creazione di un museo dedicato alla sanità e all'assistenza
cittadina, la creazione dell'Istituto per la Storia della Chiesa
di Bologna e l'apertura dell'Oratorio dei Battuti come luogo di
culto, riunioni, congressi, musica.
Si è creato quindi un nuovo polo culturale
multidisciplinare nel cuore della città, con un percorso
a doppia valenza: religioso, ma anche artistico-culturale.
|